feb 09
Antonio FebbraroCultura, Fede
Il più antico libro del mondo registra il primo conflitto tra due culture personificate da due fratelli: Abele “pastore di greggi” (leggi nomade) e Caino “lavoratore della terra” (leggi contadino) Gen.4,2
Lo stesso libro della Genesi ci informa di alcuni sviluppi successivi.
Furono i discendenti di Caino (contadini-muratori) che costruirono le città. A loro si deve l’invenzione della muratura, dell’artigianato, delle fabbriche e delle fonderie (Gen. 4,17-22) di conseguenza furono loro a provvedere alla costruzione dell’arca di Noè utilizzata nel diluvio universale e alla costruzione della torre di Babele dalla quale nacquero i calcoli, le arti, i mestieri insieme a la frantumazione delle nazioni e la confusione dei linguaggi.
Invece furono i discendenti di Abele (pastori-nomadi) ad attraversare il deserto del Neghev alla ricerca della Terra Promessa. Al tempo di Gesù e successivamente furono monaci ( esseni o cristiani) pastori- nomadi dello Spirito che fuggirono dal mondo abitato, da loro considerato cattivo, e si rifugiarono nel deserto, in assoluta solitudine. Questa categoria di persone non è stata mai numerosa e penso che non lo sarà mai.
Qui annoto quanto segue: il cristianesimo si è sempre mosso tra opposti estremi, tra i beni del cielo (contemplazione) e i beni della terra (attività), tra fede e carità, tra deserto e campagna, tra vita eremitica e vita cenobitica, tra stabilitas loci e mobilitas loci. Il vissuto cristiano plurisecolare registra molti radicalismi e fanatismi, ora alcuni si sono posizionati di qua, ora di là. La saggezza maturata nel tempo consiglia di cercare l’armonia negli opposti aspetti della vita. Concretamente significa: preferire la congiunzione semplice “e” alla particella oppositiva “o”. Questa operazione linguistica spinge il soggetto ad armonizzare la fede e la carità, il cielo e la terra, il deserto e la campagna, la vita eremitica e la vita cenobitica, la stabilita
s loci e la mobilitas loci.
Lecce 10.2.2012
Padre Antonio Febbraro
gen 28
Antonio FebbraroFede, Note personali ... a margine cielo, dialettica, fede, terra
Il cristianesimo si è sviluppato storicamente nella continua dialettica tra due aspirazioni rappresentate dal cielo e dalla terra. Il cristiano è come sospeso tra cielo e terra o forse è meglio dire come imbevuto di cielo e di terra. Per questo suo originario impasto egli è tentato ora di fissare troppo il cielo correndo il pericolo nel cammino di inciampare in qualche sasso, ora di fissare troppo la terra correndo il pericolo di confondersi e di esaurirsi nella tristezza.
Nel linguaggio cristiano “il cielo” è metafora di una fede che ritiene la vita umana destinata ad oltrepassare il tempo e lo spazio. Proprio per questo la vita umana si rapporta ad un essere trascendente, collocato in alto, nel celo, dal quale tutto ha avuto inizio, sostegno, e continuità. Da questa fede si comprendono meglio gli aggettivi tra se equivalenti: celeste, divino, spirituale, eterno.
Invece “ la terra” è metafora di una convinzione secondo la quale ogni vita ha nel tempo un inizio e una fine. Da questa convinzione si comprendono meglio gli aggettivi: terrestre, umano, materiale, temporale.
La chiesa cattolica, nella Lumen Gentium, si auto comprende come realtà complessa composta da due nature celeste – terrestre; divino – umana; spirituale – materiale. L’equilibrio tra celeste-terrestre non è alchimia ma vita e la vita è molto di più della somma delle parti. Il vissuto di ogni cristiano ha sperimentato nel tempo la reale difficoltà di trovare il giusto equilibrio tra le due sacrosante aspirazioni. Il pericolo incombente è di evadere dal mondo per fissare il cielo o di esaurirsi nel mondo confusi tra mille organizzazioni. L’equilibrio quindi non è il risultato di un dosaggio terminologico ma è sintesi vitale che si realizza nella stessa persona composta di stomaco e di mente, di materia e di fantasia. La Chiesa fin da Calcedonia ( 451) proclama che Gesù Cristo è una sola persona composta da due nature, la divina e l’umana, il cui rapporto tra di loro si raccomanda di non confondere, di non alterare, di non dividere e di non separare. Tutte le eresie cristologiche e di conseguenza tutte le eresia ecclesiologiche hanno in comune un difetto di equilibrio nel pensare e spiegare la persona di Gesù Cristo e la sua Chiesa. Alcuni infatti tendono ad esaltare il divino a scapito dell’umano; altri tendono al contrario di esaltare l’umano a scapito del divino.
Nella ricerca di equilibrio si possono leggere e comprendere molte scelte di vita e molte opere d’arte. Penso ad esempio al monachesimo nelle sue varie forme espresse in oriente e in occidente e ai luoghi nei quali si sono concretizzate. Penso agli ordini medicanti e ai agli spazi nei quali hanno operato. Penso alle più recenti forme di vita religiosa e agli attuali movimenti laicali. L’orientamento è unico ed univoco: siamo realtà complessa composta di cielo e di terra. La tensione, tanto nel passato come nel presente, credo che sia sempre uguale, si cerca la sintesi vitale tra le due aspirazioni verso il cielo e verso la terra.
Il riscontro storico però in singole scelte può risultare sbilanciato o verso l’alto o verso il basso. I vari luoghi di culto, con quanto di sacro ivi è rappresentato, raccontano al pellegrino di una visione di vita vissuta. Dal confronto si possono evidenziare accentuazioni e sensibilità diverse; ora emerge una visione attenta all’invisibile presenza divina, ora emerge l’altra visione attenta alla creazione nella quale siamo immersi e che porta in ogni millimetro la firma del suo Creatore e Padre.
Padre Antonio Febbraro
dic 05
Antonio FebbraroFede, Note personali ... a margine
Quando ero un bimbo il Natale spuntava da dentro casa. Faceva freddo. Quando ti riversavi in paese un profumo di fuoco accesso spuntava dalle case. L’odore e il sapore de pittule e purciddhuzzi confermavano che era Natale.
Quando ero un adolescente il Natale mi restituiva alla mia mamma. Lei veniva a trovarmi in seminario ed era festa per me e per lei e tutto si materializzava in un sorriso, una carezza ed una arancia. Era proprio Natale.
Quando ero un giovane la metamorfosi. Natale mi giungeva dall’esterno nel frastuono e in civetterie.
Feci la grotta della natività la immaginai come rudere antico in aperta campagna. Solitudine! L’anno successivo feci tutto il presepe lo immaginai in Alaska dove pastori usavano gli sci per raggiungere la grotta che ovviamente era in un iglù. Che freddo!
Ora che sono vecchio ancora metamorfosi. La realtà oggi sovrasta il simbolico ed anche l’ideologico. Il presepe è il mondo occidentale. I pastori si muovono dall’Africa e dall’Asia e attraversano il mare, sin nel Salento. Non tutti giungono a destinazione. Erode continua ad aver paura e continua pure la strage degli innocenti sul mare. Chi sfugge alle forze della natura e alla cattiveria degli uomini giunge sulle coste ma deve nascondersi….
Immobile e pensieroso scruto il tempo.
Il cielo si abbassa ancora sull’orizzonte e si unisce al mare in un solo azzurro, è proprio Natale.
nov 06
Antonio FebbraroCultura, Note personali ... a margine, Senza categoria
Medjiugorje è il nome di una piccola località della vecchia Jugoslavia situata nelle vicinanze della città di Monstar in Bosnia-Erzegovina. E’diventata nota a moltissimi per alcuni eventi di carattere religioso iniziati nel giugno del 1981: a quattro ragazze e a due ragazzi sarebbe apparsa la Madonna con modalità originali.
Il giornale dei vescovi italiani, Avvenire ha dedicato ampio spazio all’evento appena ricordato nella ricorrenza del trentennale. Riferisce pure alcuni dati quantitativi: i pellegrini a Medjiugorje in questi anni scorsi sono stati oltre 30 milioni, le messe celebrate 600.000 e le ostie distribuite 27 milioni.
E’ prudente continuare ad usare il verbo essere al condizionale riferendoci alle apparizioni della Madonna. Su questo evento mariano infatti ancora non vi è stato un pronunciamento ufficiale della chiesa. Il giornale dei vescovi ha comunicato che il 17 marzo 2010 è stata istituita una commissione d’inchiesta presso la Congregazione per la dottrina della fede a Roma, composta da esperti e presieduta dal cardinale Ruini. Noi quindi non possiamo e non vogliamo sostituirci alla commissione d’inchiesta, e proprio per questo motivo non vogliamo forzare il giudizio sul fenomeno delle apparizioni a Medjiugorje né in un senso, né in un altro.
Nell’attesa però possiamo riflettere sulla cartina geografica della zona e prendere nota di qualche notizia storica per renderci conto come qui si vive. Qui è confine linguistico, religioso, politico, con le inevitabili tensioni e conflitti.
La storia ci spinge nel lontano passato, sec. IX, per farci incontrare i due fratelli santi Cirillo e Metodio che da Salonicco, loro paese natio in Grecia, si spinsero tra le popolazioni slave (pagane) per cristianizzarle alle quali fornirono anche un alfabeto nuovo detto appunto “cirillico”.
Qui dunque si incontrano ma anche si scontrano alfabeti, lingue e religioni diverse, più corretto dire che si incontrano e si scontrano le persone e non le cose. Qui sono gomito a gomito la chiesa ortodossa-greca (la Serbia), la chiesa cattolica-latina (Croazia). Il solco si allargò nel 1453 anno in cui accadde un evento di portata immensa con conseguenze che pesano ancora oggi su tutto il continente europeo. Accadde che i turchi ottomano con a capo Agamet II conquistarono Costantinopoli la capitale del millenario impero bizantino e quindi cristiano subendo l’umiliazione, anzi l’oltraggio, di sentirsi cancellato il proprio nome per quello nuovo Istambul e la chiesa madre Santa Sofia trasformata in Moschea. L’Impero Ottomano turco si espande rapidamente sulle coste del mare Mediterraneo. Nel 1480 i turchi al comando di Agamet II sbarcarono in Puglia conquistando la città di Otranto con l’eccidio degli 800 cittadini e martiri. I turchi premevano nell’est dell’Europa conquistando la Grecia, l’Albania, la Bosnia-Erzegovina arrivando fino alle porte di Vienna e di Budapest. La resistenza cristiana faceva fatica ad organizzarsi. Nella resistenza si distinse il frate francescano San Giovanni da Capistrano. L’espansione turca in Europa mise radici in Albania, in Bosnia-Erzegovina, nel Kosovo, nel Montenegro.
Quanto fin qui detto è verificabile sul territorio della ex Jugoslavia. La stessa città di Monstar si presenta con tre quartieri ben distinti: l’ortodosso, il latino e il mussulmano.
Anche nel presente si sono registrati e si registrano tra le parti in campo momenti di pacifica convivenza, di tensione e di scontri violenti.
La prima guerra mondiale 1915-1918 ebbe inizio in questa area con un delitto politico compiuto a Sarajevo contro il principe ereditario d’Austria.
La seconda guerra mondiale 1940-1945 si concluse con la divisione dell’Europa in due blocchi. Il confine tra i due blocchi passava tra l’Italia e quella che fu chiamata Jugoslavia.
Al crollo del muro di Berlino e di conseguenza al crollo della vecchia Jugoslavia, proprio in questa area di cui ci stiamo occupando, è stato registrato un conflitto di inaudita violenza tra le stesse parti dimoranti in loco.
Dallo sfaldarsi della vecchia Jugoslavia si sono costituiti nuovi Stati indipendenti e sovrani, dai confini disegnati con molta diplomazia: la Croazia, la Bosnia-Erzegovina, la Serbia, il Montenegro, il Kossovo. Ma mia conclusione è questa: questo territorio appena menzionato fin dal medioevo invoca la pace e continua ad invocare pace sotto il dominio dell’impero turco, invoca pace durante tutto il secolo scorso, nella prima e seconda guerra mondiale, e invoca pace nei nostri giorni.
A Medjigorje si sente il grido di pace (mir!), tanto invocata quanto attesa. Pace costruita giorno per giorno. Pace difesa giorno per giorno. Senza negare la storia ma accettando il dialogo che comporta sacrificio. Da Medjigorje risuona il messaggio del Vangelo: pace in terra agli uomini di buona volontà.
Lecce 5 novembre 2011
Padre Antonio Febbraro
ott 04
Antonio FebbraroCultura, Note personali ... a margine, Recensioni
Comunico la gioia provata nel leggere Predrag Matvejevic, Pane nostro, Garzanti 2010, pp. 230. In esso ciascuno trova pane per i propri denti. Io ho trovato cultura storica, geografica, linguistica; ho percepito con i sensi l’odore e il sapore del pane; ho colto il senso religioso che l’accompagna. Ho ravvivato tanti ricordi legati al mio mondo in cui sono nato. La madia nella quale si lavora la pasta per fare il pane ha la forma del letto, della culla e della bara.
Originale l’impostazione generale dell’opera.
Solo alla fine si leggono le ragioni che hanno motivato il lavoro e una lista di libri che hanno trattato l’argomento del pane. Le ragioni sono collegate all’ultimo conflitto mondiale (1940-1945). Il ricordo è personale della fame sperimentata nella famiglia. Rituale tristissimo consumato sull’altare del dio della guerra in quello scenario circoscritto ai balcani e che ruota intorno alla città di Monstar, città natale dell’autore, ma che include drammaticamente i campi di concentramento tedeschi, vere fabbriche di morte, in mezzo alle quali però la vita ha resistito e continua a farsi largo anche grazie a questo libro.
Il pane precede la Bibbia.
Nelle prime pagine della Genesi si legge il comando di Dio all’uomo di guadagnarsi il pane col sudore della fronte. Qui si legge pure la contrapposizione tra Abele a Caino a causa del pane; la civiltà nomade cedette il passo a quella contadina e quindi al pane. Il pane continua a fomentare le guerre contrapponendo chi dispone di troppo pane contro chi ne manca del tutto. Il pane spesso reca su di sé il segno della croce. A mano a mano che si procede nella lettura si rafforza nel lettore il senso di giustizia distributiva che si vorrebbe vedere tradotta in scelte operative sagge e anche urgenti “perché l’umanità è nata senza pane e può scomparire perché non ne avrà più”.
Il pane ha una origine, uno sviluppo, una espansione.
Nella storia del pane l’uomo e la donna hanno assunto compiti propri, attività specifiche e strumenti adatti. Tutto viene raccontato. E’ proprio dell’uomo la preparazione del terreno, la semina e la mietitura del grano, mentre la molitura del grano, la lavorazione della farina e la cottura della pasta spettano alla donna.
Il pane è il simbolo della vita individuale e collettiva. Il pane unisce la famiglia in festa e raduna il popolo in preghiera. Il pane accompagna l’uomo dovunque egli si sposti per mare o per monti e sotto ogni clima. Spezzare il pane con altri significa riconoscersi nella stessa dignità e condividere la stessa sorte. Il termine convivio significa mangiare insieme ma soprattutto significa vivere insieme.
set 01
Antonio FebbraroFede, Note personali ... a margine cristianesimo, fraternità, Messori
Il Corriere della sera del 31 agosto 2011 ha riportato una nota di Vittorio Messori il quale si è soffermato sul declino degli ordini religiosi e pone la scottante domanda: è la fine di una grande storia? La risposta sembra inesorabile anche per un uomo di fede che continua a credere nella Provvidenza che governa il mondo. Tra la domanda e la risposta Messori registra dei dati e sviluppa delle considerazioni che invitano anche a battersi il petto.
L’articolo mi ha richiamato alla mente il romanzo di Silone[1] “Vino e pane” nel quale si muovono molti personaggi tra cui alcuni preti Don Benedetto e Don Piccirilli, pure un francescano fra Gioacchino. Interessante lo scontro di pensiero tra i due preti che in parte e in vario modo richiama la riflessione di Messori. Don Benedetto è un vecchio professore di liceo, un cristiano che ama le cose antiche e oneste, interessato alla vita reale dei suoi ex alunni. Ritenuto un rivoluzionario fu messo a riposo. Don Piccirilli è il curato della parrocchia, un prete moderno, giovane, carrierista. Questi ha scelto di fare l’informatore segreto del vescovo“segreto per modo di dire, lo sappiamo tutti”. Don Piccirilli sfrutta il vento della politica che soffia a suo favore. Il corto circuito tra i due preti avviene proprio sul modo di intendere la chiesa. Per Don Benedetto la chiesa è realtà spirituale e materiale insieme e quindi un modo di essere e di esistere, riconoscibile per la fedeltà a l’uomo. Per Don Piccirilli la chiesa è una organizzazione, un compromesso, un modo di esistere mirante a far proseliti. Dichiaro la mia simpatia per Don Benedetto e sposto l’attenzione su fraternità in continuità con quanto scrive Messori. La fraternità oggi è molto invocata nei documenti ufficiali e tra i corridoi dei conventi, maschili e femminili. Forse perché troppo assente nel vissuto quotidiano.
Chi è? cos’è la fraternità? Vocabolario alla mano: fraternità, sostantivo femminile astratto, esprime l’idea di una libera amicizia non derivante da rapporti parentali. Nell’uso ecclesiastico recente la parola fraternità ha mutato natura, da termine astratto è diventato concreto: ora indica semplicemente una maggioranza all’interno di un gruppo di persone. Una maggioranza piovuta dall’alto. Il malessere diffuso e la dispersione che ne consegue è l’esito di Babele cioè della confusione dei linguaggi e dei ruoli nei quali ha affogato la realtà cristiana in Europa.
Padre Antonio Febbraro
[1] Ignazio Silone (1900-1978) scampato al terremoto della Marsica (Abruzzo) rimase orfano all’età di 14 anni. Di se stesso ebbe a dire: “Sono un socialista senza tessera e un cristiano senza chiesa”. Sul finire della sua vita espresse il desiderio di essere sepolto fuori dalla chiesa accanto al campanile del proprio paese natale.
lug 13
Antonio FebbraroArte, Cultura

- tela A

tela B
Il titolo dell’opera è la Crocifissione sec. XVII (foto A )[1]. La tela è stata dipinta da una mano competente nella distribuzione degli elementi compositivi nonché nella combinazione dei colori e nel contrasto delle luci con le ombre.
La scena si svolge all’aperto, la figura centrale è del crocifisso ed è dominante, vero protagonista, ritratto nudo con i fianchi cinti da un panno bianco mosso dal vento. In alto, affisso sulla croce, un cartiglio con l’abbreviazione INRJ.
Sullo sfondo un paesaggio collinoso evidenziato mediante uno scorcio abitativo che serve a dare l’idea dello spazio e della profondità.
Ai piedi della croce una persona in ginocchio si aggrappa al palo da cui pende il Crocefisso. Intorno, sulla destra, in piedi, alcune persone esprimono dolore; sulla sinistra di chi guarda due soldati a cavallo colti di spalla, impugnano la lancia; all’estrema destra due volti appena abbozzati. L’opera è del sec. XVII, l’autore è ignoto, misura cm.132 x 155, proviene dal convento di santa Caterina in Galatina (Le).
Stesso tema, stessa modalità compositiva, sono proposti in un’altra tela (foto B) esposta nella Sala Don Bosco della Chiesa Madre di Galatina (Le). Penso che le due tele siano state dipinte dalle medesime mani e nella stessa bottega d’arte quale fu il convento di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, particolarmente fecondo tra i secoli XVII-XVIII. Più difficile stabilire la precedenza temporale tra le due tele. Le due tele (foto A e B) messe a confronto, rivelano alcune varianti nei colori e nelle figure. Nella tela A di Fulgenzio le persone raffigurate su la destra di chi guarda sono tre, i colori scuri, la persona prostrata ai piedi della croce veste di nero. Nella tela B della Sala Don Bosco di Galatina si osserva una ridotta presenza di personaggi, sulla destra di chi guarda il quadro si contano due persone (la Madre Maria e Giovanni), i colori delle vesti sono vivi, giallo il vestito della persona prostrata ai piedi della croce.
Padre Antonio Febbraro
[1] Antonio Febbraro – Giuseppina Pizzileo, La Pinacoteca d’arte francescana di Fulgenzio a Lecce, Editrice Salentina, Galatina (Le) 2009, p. 63.
giu 30
Antonio FebbraroCultura, Note personali ... a margine
La peste risparmiò Renzo, Lucia, Agnese, Don Abbondio; mentre spazzò via il cattivo Don Rodrigo anche tantissimi altri compreso il buon padre Cristoforo.
Nel palazzo di Don Rodrigo andò ad abitare un marchese suo erede, un uomo umile, tra la virilità e la vecchiezza, il quale dimostrò di essere amico del cardinale di Milano e intenzionato al buon esito della storia di Renzo e Lucia.
il buon Manzoni Conclude positivamente la storia di Renzo e Lucia e annota il contesto rinnovato anche grazie alla peste finalmente per i promessi sposi arrivò il giorno delle nozze .
Lo stesso marchese si dichiarò tanto ben disposto che si prodigò per il pranzo di nozze anzi, fece compagnia agli invitati e si mise a servirli prima di ritirarsi a pranzare altrove con Don Abbondio.
“A nessuno verrà spero in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. ( Il marchese ) ve l’ho dato per un brav’uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; vi ho detto che era umile, non già che fosse un portento d’umiltà. Ne aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro alla pari”.
(rif. A. Manzoni, I promessi sposi, Cap. XXXVIII)
giu 26
Antonio FebbraroArte
Il centro studi e ricerca “ frà Raffaello Pantaloni” promuove la conoscenza del pittore di Fulgenzio mediante la macchina fotografica. L’appuntamento è fissato per martedì 28 giugno 2011 nel primo pomeriggio presso la chiesa di Fulgenzio.
Ai fotografi partecipanti all’iniziativa rivolgerà una parola di carattere didascalica il direttore della pinacoteca d’arte francescana e il promotore Luca De Matteis.
Le foto scattate possono comporre un DVD che arricchirà l’archivio fotografico della pinacoteca d’arte francescana di Lecce.
Ogni partecipante all’iniziativa riceverà dalla Pinacoteca, come dono-ricordo, una copia del volume “Sulle orme di padre Raffaello Pantaloni”.
L’obiettivo della macchina fotografica si propone di raccontare in modo originale il pittore di Fulgenzio con la libertà di poter spaziare e inquadrare l’insieme o il particolare della chiesa di Sant’Antonio a Fulgenzio, della villa Fulgenzio Della Monica, del Ninfeo, della Mostra permanente del Pantaloni presso la Pinacoteca d’arte francescana.
Buona avventura
Padre Antonio Febbraro
giu 24
Antonio FebbraroCultura

Ho l’onore di comunicare i sentimenti che sono all’origine del libro “Don Michele Mocavero (1866-1929) in un epistolario di fine Ottocento” curato insieme alla Dr. Giuseppina Pizzileo.
Don Michele Mocavero è un sacerdote che continua ad onorare la sua città natale Monteroni e la chiesa di Lecce. Sono stati i miei genitori a trasmettermi l’interesse e la curiosità per un prete che io non ho mai conosciuto. Papà e mamma erano ancora bambini quando conobbero Don Michele Mocavero il quale dal 1900 fino al 1914 fu parroco di Pisignano.
Fu il parroco Don Michele Mocavero ad avviare i miei genitori, ancora ragazzetti, alla vita sacramentale e fece loro la prima comunione. Specialmente mia madre conservava un buon ricordo di questo sacerdote per la cura che aveva avuto per la casa del Signore che fece abbellire e per il servizio pastorale dignitoso e generoso offerto al mio minuscolo popolo di contadini analfabeti ben dipinto dal conterraneo e contemporaneo poeta Giuseppe De Dominicis.
La mia gente è stata sostenuta nel conservare vivo il ricordo di Don Michele Mocavero dalla abitazione fatta costruire da questo giovane parroco e adibita a casa canonica e grazie ancora ad una tela esposta in sacrestia, che ritrae Don Michele Mocavero, sul cui margine inferiore della tela si legge oltre al nome e cognome del prete raffigurato anche l’ufficio svolto di parroco di Pisignano e la data 1913 quindi la firma del pittore A. Di Donfrancesco.
Don Michele nell’anno successivo, 1914, terminò il suo servizio pastorale a Pisignano e fece ritorno a Monteroni dove si occupò della cappella del Crocifisso, della confraternita dei santi Medici, e si impegnò con tutte le sue forze, anche economiche, per l’asilo infantile intitolato a san Giuseppe con particolare attenzione per gli orfani della prima guerra mondiale.
Qualche anno dopo (1916) divenne parroco di Pisignano il sacerdote Don Pasquale Antonucci, il quale andò ad abitare nella casa fatta costruire da Don Michele Mocavero e qui vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1957.
Mobili, scaffali, libri restarono lì dove Don Michele Mocavero li aveva collocati. Sulla parete restò perfino il diploma di teologia conseguito a Napoli da Don Michele Mocavero negli ultimi anni dell’Ottocento. Tra quei libri, bene ordinati trovò posto anche un manoscritto rilegato in volume dallo stesso Don Michele Mocavero dal titolo abbreviato: “Ricordi M M”. Si tratta di una raccolta di lettere di amici e conoscenti ricevute da Don Michele Mocavero in occasioni delle successive tappe nell’ascesa verso l’altare.
Fu ordinato sacerdote il 15 giugno 1889.
Il libro che stiamo presentando questa sera tratta proprio di questo epistolario. Non so come questa raccolta di lettere autografe finì nelle mani del sacerdote Don Salvatore Ingrosso, mio concittadino ed amico, ma so benissimo come il medesimo epistolario giunse nelle mie mani solo pochi giorni dopo la morte del mio concittadino ed amico avvenuta nel 1998.
Ho continuato a conservarlo unicamente per l’affetto che nutrivo e nutro verso i tre sacerdoti citati e a vario titolo a me carissimi. L’idea di proporlo al pubblico è spuntata intorno al 2007 e la devo alla Dr. Giuseppina Pizzileo. Devo alla sua sensibilità culturale e poi alla sua iniziativa se ora questo manoscritto vede la luce e lo presentiamo al pubblico. La Dr. Giuseppina Pizzileo, presente con la mente e con il cuore saluta tutti, lei è fisicamente impedita, a lei il nostro augurio di ogni bene.
Nel libro di cui ci occupiamo questa sera la Dr. Giuseppina Pizzileo ha curato le pagine sulla carta decorata di fine Ottocento, la catalogazione dell’epistolario che risulta composta da 6 componimenti poetici, 38 biglietti, 118 lettere ed ha curato la trascrizione dei vari testi e dei vari documenti rinvenuti presso gli archivi della Diocesi di Lecce, delle parrocchie di Pisignano e di Monteroni, e del comune di Monteroni.
Sono grato a Don Adolfo Putignano che ha curato la prefazione del libro; al Priore e alla confraternita dei Santi Medici che si sono associati, con gesto generoso, nel celebrare il primo centenario della istituzione della confraternita dei Santi Medici in Monteroni e onorare così la memoria di Don Michele che ne fu il primo padre spirituale.
Anche a nome della Dr. Giuseppina Pizzileo ringrazio Don Franco Lupo e l’Avv. Giovanni Frassanito, che hanno accettato di presentare il libro che abbiamo tra le mani. Don Franco Lupo è un simpatico prete leccese e poeta. Egli continua a parlare la nostra madre lingua mettendo in versi i sentimenti del nostro popolo; Giovanni Frassanito ha svolto uffici pubblici di grande responsabilità, egli continua ad essere attento al sociale e impegnato nella riflessione sulla filosofia e teologia della storia. Sono debitore alla sua grandissima cultura con riferimento al suo libro “Solo la croce è laica”.
Anche a nome della Dr. Giuseppina Pizzileo ringrazio il Dr. Lino Guido, sindaco della città di Monteroni; la Dr. Roberta Marra delle Edizioni Esperidi, che ha curato la grafica; la Dr. Gialma Carlà in rappresentanza del centro studi e ricerca Fra Raffaello Pantaloni. Saluto e ringrazio tutti voi.
Ora compio un gesto reale e simbolico. Nelle mani di Don Adolfo Putignano parroco di Maria SS. Assunta nella quale don Michele Mocavero divenne cristiano e poi sacerdote, consegno la raccolta di lettere e biglietti rilegati in volume dallo stesso Michele Mocavero sotto il titolo: “Ricordi M M”. Il cerchio si chiude dopo 125 anni e questi scritti tornano al punto di partenza. Intendo onorare così la chiesa nostra madre, in particolare quei due frammenti dell’unica chiesa che vivono a Pisignano e a Monteroni. Faccio memoria dei sacerdoti che umilmente e santamente hanno servito la nostra gente. Sono grato a tutta la mia gente dalla quale ho ricevuto più di quanto sono riuscito a dare.
Padre Antonio Febbraro
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